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Si può fare: da Cantiere Giovani nuove opportunità per Cascia

Si chiama “Si può fare” ed è dedicato ai giovani di età compresa tra i 16 ed i 30 anni. Ha l’obiettivo di raccogliere, finanziare e realizzare progetti del territorio per lo sviluppo, sul territorio, di idee funzionali alla cura, implementazione e generazione di beni comuni a vantaggio della collettività.

Si tratta di un piano di interventi attivati da “Cantiere Giovani”, grazie al contributo del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, che coinvolge realtà locali di 14 regioni d’Italia, all’interno delle quali alle migliori proposte saranno assegnati finanziamenti fino a 12.000 euro.

Grazie all’Associazione “Opera Segno dell’Alta Marroggia”, in collaborazione con Rockability e con il Comune di Cascia, anche l’Umbria è presente con il territorio di Cascia.

A partire dal 25 gennaio, le ragazze e i ragazzi interessati, potranno presentare le proprie idee attraverso il portale ufficiale www.sipuofare.net, dove sarà presente un form dedicato con tutti i dettagli del bando.

Per facilitare il coinvolgimento, l’elaborazione e la presentazione delle domande e la seguente realizzazione delle proposte, lo Staff di Rockability si è attivato su un duplice fronte di accompagnamento e tutoraggio: garantire al progetto e alle importanti opportunità di partecipazione giovanile e di sviluppo collegate la miglior pubblicizzazione possibile e ai partecipanti il miglior supporto, organizzativo e logistico, per la messa in opera e sedimentazione delle proposte avanzate e approvate.

Per questo, fin da subito, siamo a completa disposizione delle ragazze e dei ragazzi che hanno il desiderio di mettersi in gioco per dare al territorio casciano nuovi orizzonti di partecipazione e sviluppo del bene comune.

 

Per fornire agli interessati tutte le informazioni utili per la partecipazione al progetto organizzeremo un incontro on-line

MERCOLEDI’ 27/1/2021 alle ORE 18

I dettagli saranno indicati attraverso la pagina Facebook di Rockability o i seguenti contatti:

Telefono: 333.76.42.516 | Email: info@rockability.net

 

 

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Panni in cera d’api, per incartare responsabilmente

 

Piccole scelte quotidiane di sostenibilità

PANNI IN CERA D’API, PER INCARTARE RESPONSABILMENTE

 

 

Cena e avanzi che finiscono in frigo sigillati con il cellophane. Pranzo al sacco, incartato nella carta stagnola. Involucri che diventano rifiuti.

Rifiuti che sono evitabili perché si va avanti, ci si ingegna e quello che era una novità utile qualche anno fa è diventato ingombrante al giorno d’oggi.

Per questo vorrei suggerire un’alternativa agli involucri di cui parlavamo, per essere più leggeri che mai e non pesare sul bilancio dei rifiuti, con numeri troppo grandi per essere immaginati.

L’alternativa di cui parlo è molto apprezzata da chi ha deciso di mettere in discussione le proprie abitudini e di indirizzarsi verso una vita più sostenibile possibile, ecco allora che vi presento i panni in cera d’api o, in inglese, beeswax wrap.

 

 

Il mercato si sta adeguando a queste nuove richieste e sta producendo questi involucri di ogni taglia e fantasia, tutti coloratissimi e allegri, proprio ad invogliare ad uno stile di vita più sano per tutti.

Questi panni sono fatti di cotone ricoperto di cera d’api che ha la funzione di rendere il tessuto impermeabile, rigido e capace di piegarsi rimanendo sigillato. Basta il calore delle mani per fissarlo nella forma che desideriamo e una volta chiuso abbiamo la garanzia che non si apra.

Per questo è perfetto per portare un panino al lavoro o in montagna, ma anche per proteggere il cibo che lasciamo nel frigo: un melone iniziato, un piatto non consumato fino alla fine.

 

 

Di più, questi involucri possono essere prodotti anche in casa e farlo è davvero facilissimo.

Basta procurarsi un panno in cotone, della cera d’api in scaglie o in panetti e un ferro da stiro. Per procedere si stende la cera sopra la stoffa (se abbiamo il panetto dovremmo grattugiarla) e si passa il ferro da stiro per scioglierla e farla assorbire dal tessuto.  Per evitare che la cera si attacchi al ferro bisogna coprire il tutto con un foglio di carta da forno. Il procedimento va ripetuto finché la cera non si è sciolta in ogni angolo del tessuto che deve risultare perfettamente impregnato.  Ecco fatto!

Ora potete usarli e riusarli all’infinito e al bisogno possono essere sciacquati con dell’acqua fredda (mai usare quella calda o la cera potrebbe sciogliersi) e se necessario una goccia di sapone neutro.

Per seguire passo-passo il procedimento ci sono tantissimi video online, che consiglio di vedere prima di cimentarsi nella produzione.

Per chi invece non usa prodotti derivanti da animali, nessun problema, esistono anche panni vegani cioè fatti con cere vegetali come quella di mimosa. Come quelli classici possono essere preparati in casa seguendo lo stesso procedimento ma sostituendo la cera.

Finalmente possiamo dimenticarci del cellophane e della difficoltà a tagliarlo e a farlo aderire e possiamo farlo in maniera colorata, allegra e sostenibile!

 

Daniela Stronati

 

Sostenibilità Agenda 2030

Rifiuti Zero

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A Poggioprimocaso un sentiero da ascoltare

A Poggioprimocaso un sentiero da ascoltare
Il rumore dei passi, le persone che incontri, le storie che scopri. Quasi fossero anch’esse parti del paesaggio. Il racconto esperienziale di un sentiero è fatto di tutto questo. Un percorso di testimonianze, espresse da voci, così come dalle pietre, dagli alberi, che tanto hanno da dire e da lasciare a chi ha la fortuna di intrecciare i propri passi con loro. Un senso che si compie nel momento in cui senti che un posto non è soltanto bello ma che ha un significato. Da estendere e condividere.
Percorrere il sentiero che da Poggioprimocaso raggiunge i ruderi del castello di Paterno, passando prima per la chiesa di San Fortunato e che torna al punto di partenza attraversando costoni e boschi stupendi, significa affrontare un cambiamento.
Ascoltare le storie di Alberto De Angelis, le sue parole piene di amore e riconoscenza verso i luoghi che vive da sempre, di suo padre Ruggero, memoria di usanze passate e piene di umanità, incontrare le pietre, gli alberi e le case testimoni di un rapporto tanto antico tra uomo e territorio, vuol dire arrivare alla fine della strada sicuramente differenti. Con uno zaino sulle spalle più scarico d’acqua e cibarie, ma più ricco di conoscenza.
Camminando con loro abbiamo scoperto che la piccola e antichissima chiesa è stata intitolata nel 1639 a San Fortunato, Patrono di Montefalco, perchè quell’anno, in occasione della peste, fu fatta arrivare una reliquia del santo come voto e che, sempre all’interno della chiesa, è presente un’iscrizione che chiarisce l’origine stessa del nome del paese. Poggioprimocaso deriva da “Castro Pody Primi Casus“, vale a dire il luogo di prima accoglienza incontrato da chi stava rientrando dalla battaglia di Lepanto.
Il Distretto di Turismo Lento e Responsabile di Cascia a cui stiamo dando vita grazie alla partecipazione di tante persone, è fatto di tutto questo. Iniziative, strumenti, progetti, tenuti insieme da un insieme di sentimenti a cui noi aggiungiamo la gratitudine. Verso i luoghi e le persone che hanno il privilegio di viverli e l’entusiasmo di raccontarli. A noi e agli altri.
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La Pastorale della Panchina: per ascoltare il cuore delle persone

 

La “pastorale della panchina” … per ascoltare gioie e inquietudini del cuore dell’uomo

 

Un santuario è la «casa di preghiera per tutti i popoli», afferma mons. Carlo Mazza. E quanti si incamminano verso di essi, fanno l’esperienza di salire al ‘monte santo’: “Li condurrò sul mio monte santo e li colmerò di gioia nella mia casa di preghiera. I loro olocausti e i loro sacrifici saliranno graditi sul mio altare, perché il mio tempio si chiamerà casa di preghiera per tutti i popoli” (Is 56,7).

Nel salire i pellegrini si immergono in un’esperienza che afferra il profondo dell’anima, educa la loro sensibilità spirituale e aiuta a condividere le angosce e le speranze di altre migliaia di fratelli e sorelle che salgono al tempio del Dio vivente. E ciò accade anche qui a Roccaporena, dove tante persone ogni anno calpestano i luoghi di Santa Rita e la invocano a protezione della loro storia, della loro famiglia.
Spesso i pellegrini, a parte i membri dello stesso gruppo, non si conoscono tra loro e non tutti entrano in contatto diretto con i sacerdoti, i religiosi e i laici che svolgono servizio in santuario. È difficile conoscerli tutti per nome, come accade invece in parrocchia, ma siamo accomunati comunque dalla stessa fede, dalla stessa speranza e dalla stessa carità, tutti mendicanti della misericordia di Dio. Quando però l’incontro col pellegrino avviene, prima di una celebrazione, nel confessionale o nelle strade intorno al santuario, si percepisce in questi fratelli e sorelle l’azione di Dio per tramite del santo o della santa che venerano, nel nostro caso Rita.

Vorrei condividere con voi, cari lettori, un’esperienza che ho vissuto qui a Roccaporena, in particolar mondo nel periodo estivo.
Spesso mi fermo a sedere sulle panchine che circondano il portico del nostro santuario di Roccaporena, avendo così la possibilità di avvicinare tante persone e attuando così una pastorale occasionale che ho definito la “pastorale della panchina”. Occasionale, ma molto profonda. Ho avuto modo di incontrare tante giovani famiglie, molte con due o tre figli, e diverse con bambini in difficoltà: si sono avvicinate, hanno chiesto la benedizione e soprattutto gli stessi bambini mi hanno coinvolto con i loro giochi. Commoventi i momenti vissuti con alcuni bambini down, anche molto piccoli. Attraverso il loro sorriso e i loro gesti semplici ed estemporanei hanno catturato la mia attenzione e da lì è nato un colloquio con i genitori.

Ricordo, ad esempio, un bimbo di Roma di tre anni e mezzo che era interessato alle chiavi che avevo in mano. Le ha prese e ci giocava seduto accanto a me. Il padre mi ha detto: «Sicuramente gliele tira in faccia». E invece non è accaduto. La madre nel frattempo è salita all’orto del miracolo e ha chiesto a Santa Rita il dono di un altro figlio. Il padre ha concluso dicendo: «Per noi caro don Canzio questo ragazzino è una grazia». Che bello!!
E poi come non ricordare tanti incontri con persone adulte, chi con problemi familiari, chi con relazioni interrotte da tempo, pur vivendo ancora sotto lo stesso tetto: vedendo un sacerdote si sono confidati, hanno chiesto consiglio su come poter essere aiutati. Ho detto loro che anche santa Rita quando era sposata ha sofferto per mantenere unita la famiglia, ha pianto e le sue lacrime e preghiere sono state esaudite. A tutti ho proposto che prima di abbandonare tutto è necessario provare ad avere fiducia e a credere nell’altra persona. Chiaramente ho suggerito anche di farsi seguire come coppia da un sacerdote della loro zona.

Poi, una famiglia di Bergamo: il ragazzo, su una sedia a rotelle, stava davanti ad un negozio a vedere dei giocattoli. Io tornavo dalla casa natale. Mi ha chiesto: «Come ti chiami?». E io: «Don Canzio, sono il sacerdote». Con i genitori abbiamo parlato e mi hanno confidato il momento difficile vissuto dalla città di Bergamo durante la prima ondata di coronavirus. Mi hanno confidato che era la loro prima volta a Roccaporena e a Cascia: avevano tanto sentito parlare di santa Rita e sono venuti per incontrarla. «Che luogo di forte spiritualità. Torneremo!».
Un giorno, ero sempre seduto su una delle panchine e si avvicina una signora di Matelica (MC) con il marito e un bambino sul passeggino e mi dice: «Padre, l’ho visto quando recitava il rosario su Facebook, può darci la benedizione»?
Un’altra famiglia del sud, non ricordo di preciso da dove venga: il marito mi ha riconosciuto da lontano, si è girato, ha chiamato la moglie e le ha detto, «Eccolo, andiamo a salutarlo». Sono venuti e lei ha raccontato: «Due anni fa siamo entrati qui nel santuario di Roccaporena dopo un matrimonio e abbiamo trovato a terra un rosario. Io sono venuta da lei per restituirlo, e mi sono sentita dire: lo prenda e lo dica tutti i giorni. Da quella sera non ho trascorso un giorno senza recitare il rosario».

È bello essere riconosciuti, ma soprattutto è bello vedere l’opera del Signore nelle persone che, a volte, passa anche dalle nostre persone: “Lodate il Signore, perché il Signore è buono: cantate inni al suo nome perché è amabile” (Sal 134).

Concludo dicendo che questa esperienza della “pastorale della panchina” può essere un’occasione utile – in aggiunta chiaramente alla celebrazione eucaristica, al sacramento della riconciliazione e ad altre funzioni religiose che sono i perni di un santuario – per risvegliare il senso cristiano che le persone hanno dentro e che sembra dormiente. Questo incontrare le persone nelle strade di Roccaporena, stando seduti su una semplice panchina, è stata una profonda scuola di formazione per il mio ministero sacerdotale.

Don Canzio Scarabottini, Pro-Rettore del Santuario

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Auguri di Buone Feste da tutti noi di Rockability!

“Non consultatevi con le vostre paure,
ma con le vostre speranze ed i vostri sogni”.
San Giovanni XXIII°
Carissimi amici,
è con gioia e con emozione che mi accingo a scrivere questo breve discorso a nome del progetto Rockability, mentre ci avviciniamo al Natale del Signore e mentre si avvicina la conclusione di questo anno così complesso per tutti, che ha segnato la nostra esistenza ed ha condizionato in diversi modi la nostra vita quotidiana. La diffusione del Covid ha provocato cambiamenti nelle nostre abitudini, ha amplificato le nostre necessità e, oltre a mettere in pericolo la nostra salute, ci ha ricordato la delicatezza e la fragilità della nostra condizione umana. Come ci ricorda San Giovanni XXIII°, però, la trappola della paura rischia di condizionare il nostro futuro, se ad essa non affianchiamo anche la speranza, cioè la capacità di saper vedere oltre la difficoltà, per continuare, seppur con le dovute attenzioni, nella realizzazione dei nostri progetti e di quelli che interessano le nostre comunità. Per questo, amici carissimi, desidero esprimere di cuore il più profondo sentimento di gratitudine e riconoscenza per il lavoro fatto e per quello che si sta facendo, nonostante lo stop dovuto alla pandemia. Dare una nuova e determinante vitalità alle opere ed alle iniziative che mettiamo in atto per sostenere le persone più fragili, come il centro educativo e dare un impulso diverso al nostro territorio, già duramente provato dal terremoto del 2016, sviluppando il turismo religioso e quello artistico-culturale e ambientalistico, sono le grandi priorità. Questo impegno, portato avanti insieme alla comunità locale di Cascia e Roccaporena, insieme alle istituzioni civili e non, rappresenta la nostra speranza in mezzo alle difficoltà. Chiediamo una particolare intercessione a Santa Rita, presso il Signore, affinché presto possa allontanare questa pandemia, e permetterci di riscoprire la gioia e la libertà di proseguire nella realizzazione dei nostri progetti di vita. Auguro di cuore a ciascuno di voi un Natale di bontà e di serenità, propizio di ogni bene e colmo di doni, di grazie e benedizioni.
Don Canzio Scarabottini
Pro Rettore del Santuario di Santa Rita
Barbaverde 2021

Barbaverde 2021: per un mondo libero dalla plastica!

Per un mondo libero dalla plastica
E’ il titolo del Calendario Barbaverde 2021, realizzato dagli alunni della Classe II IPSIA dell’Istituto OmnicomprensivoSimone Fidati” di Cascia, nell’ambito del progetto “Impariamo a riciclare“.
Un lavoro che ha consentito a tutti quelli che hanno partecipato di comprendere quanto male stiamo facendo al nostro pianeta e quanto facile sarebbe, invece, adoperarsi per salvaguardarlo, attuando buone pratiche di uso, recupero e riciclo.
Noi di Rockability siamo veramente felici di aver dato il nostro piccolo contributo durante la realizzazione del calendario.
Un contributo che, nel corso delle ultime settimane, nonostante gli obblighi della didattica a distanza, ci ha permesso di aiutare i ragazzi e le insegnanti ad approfondire le tematiche al centro della trattazione del progetto scolastico e alcune competenze tecniche per l’impaginazione.
Ciò che è nato, interamente dalle loro mani e attraverso le loro idee, è un prodotto di grande qualità, sia grafica che di contenuto.
Un esito generativo che ci riempie di soddisfazione e che conferma quanto sia buona la strada intrapresa.
Non c’è terreno migliore della scuola dove seminare sostenibilità!
Ancora grazie quindi ai ragazzi, alla scuola, alle insegnanti Angela Rita Cataldi e Lucia Narducci, per la possibilità che ci è stata data di partecipare ad un’esperienza tanto proficua!
Daniela-Stronati-plastica

Scelte di sostenibilità: il mare comincia in casa

COSA POSSIAMO FARE IN CASA PER DIMINUIRE L’IMPATTO DELLA PLASTICA SUI MARI

Dopo il primo articolo intitolato Uno shampoo insolido, nel blog di Rockability, ospitiamo ancora i consigli di Daniela Stronati, inerenti piccole (grandi) scelte di sostenibilità. Stavolta si ragiona di vestiti…di plastica!

 

Quando si parla di plastica, di solito, si finisce per nominare bottiglie di acqua minerale o piatti e bicchieri monouso, ma ci pensiamo mai che di plastica ci vestiamo?

I nostri vestiti sono quasi sempre di tessuto sintetico: Nylon, Poliestere, Acrilico, questi sono i nomi più comuni che troviamo sulle etichette, essi, altro non sono che lavorazioni diverse dello stesso materiale, la plastica, appunto.

Con i lavaggi, il tessuto tende ad usurarsi e a deteriorarsi impercettibilmente, creando piccole particelle dette microplastiche. Esse hanno un diametro troppo piccolo per essere bloccato dai filtri dei depuratori e così finiscono dapprima nello scarico della lavatrice e poi direttamente in mare.

Le microplastiche costituiscono un grave pericolo per la fauna marina, che le scambia per cibo le ingerisce fino ad avere danni agli organi che possono portare alla morte. Non solo, dove c’è grande concentrazione, queste particelle formano una sorta di zuppa marina che essendo densa non permette alla luce solare di raggiungere le acque profonde, bloccando la fotosintesi clorofilliana del plancton e delle alghe alla base della catena alimentare, compromettendo quindi la biodiversità marina.

Più il tessuto viene stropicciato dalla lavatrice, più questo processo si attiva rilasciando queste particelle. 

Dovremmo quindi, fare delle lavatrici più consapevoli riempendo bene il cestello, lavando a basse temperature, favorendo detersivi liquidi a quelli in polvere che sono più abrasivi, tutto questo per evitare il deterioramento degli abiti.

In attesa di leggi che rendano obbligatori dei filtri specifici, in alcuni negozi si possono trovare delle buste ideate per raccogliere le microplastiche che si formano all’interno della lavatrice.  Il loro utilizzo è molto semplice: si inseriscono gli abiti all’interno e si mette la busta nel cestello, si parte con il lavaggio, si fa una centrifuga delicata, sempre per evitare che il tessuto si sfaldi e una volta finito si estrae il sacchetto. Tirati fuori i vestiti, sull’orlo della busta ci sarà il materiale plastico rilasciato dal lavaggio.

Un piccolo gesto, uno dei tanti che possiamo compiere per far sì che in fondo al mare vengano preservate le tante meraviglie.

 

Daniela Stronati

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Il cambiamento: è il momento di ascoltare

 

Come diceva il famoso scrittore Denis Waitley: “Ci sono sempre due scelte nella vita: accettare le condizioni in cui viviamo o assumersi la responsabilità di cambiarle”.

Il cambiamento è inevitabile.

La vera rivoluzione avviene abbandonando il noto per l’ignoto; sostituire al noto qualcos’altro che conosciamo non è un cambiamento, non è un progresso, non è futuro.

Io ho voglia di creare, ideare, pensare, disegnare. I futuri protagonisti di questo cambiamento sono proprio i c.d. looked after children che letteralmente significa bambini accuditi, bambini assistiti ovvero bambini in custodia.

Purtroppo, ad oggi, migliaia di giovani neomaggiorenni uscenti da percorsi di accoglienza in comunità per minori, sono costretti a divenire in fretta adulti ed autonomi, senza poter contare su una casa, su un lavoro, ne su un adeguato sostegno sociale che consenta loro di perseguire le proprie aspirazioni. Questi ragazzi saranno dunque “vittime” di un abbandono, sapete perché? perché finisce il loro percorso di formazione, il loro percorso di crescita che li ha visti protagonisti sino alla “vigilia” della maggiore età.

Un ragazzo smette di essere accudito dalle comunità intermedie nel momento in cui diventa maggiorenne, torna a casa, oppure quando viene adottato.

Spesso però, a causa della particolare situazione di disagio in cui si trova il giovane, è condizione necessaria estendere il periodo di accoglienza nella comunità, oltre il diciottesimo anno di età, al fine di garantire ad esso una tutela.

Ad oggi, come disciplinato nell’art. 29 della legge del 16 agosto 1956, questo prolungamento è possibile per mezzo di un consenso da parte dell’Autorità competente con il c.d. prosieguo amministrativo, che comunque non riesce ad ottimizzare completamente il percorso di formazione del minore diventato maggiorenne; ciò soprattutto per il fatto che può durare al massimo fino al compimento del ventunesimo anno di età.
È importante sottolineare che realizzare gli interessi del minore vuol dire offrire ad esso un progetto di vita, un progetto esistenziale che sia tale da renderlo consapevole del rapporto con la realtà che lo circonda; un progetto che sia tale da porre in essere un concreto sviluppo della personalità ponendo il minore neomaggiorenne nella condizione di esprimere la propria libertà, secondo le capacità, le aspettative, le proprie inclinazioni naturali (artt. 147 e 315 bis cod. civ.).

Il minore, prima di ogni altra cosa, ha diritto ad essere ascoltato, come disciplinato oggi nell’ordinamento civile italiano e da numerose convenzioni internazionali.

Grazie all’attività di co-housing vissuta a Roccaporena di Cascia dal 18 al 24 agosto 2020 con gli artisti de l’Asilo Filangieri di Napoli, con le ragazze e i ragazzi della Comunità educativa Bethel di Amelia e con i partecipanti del Propart – Master in progettazione partecipata – Università Iuav di Venezia, testimonio ancor più la vera importanza dell’ascolto.

Ad oggi, mi sento di dire che l’ascolto” diviene non solo un principio guida, ma il vero presupposto giuridico affinchè i provvedimenti giudiziari che coinvolgono i minori non siano affetti da vizi procedurali.

Per fare in modo che questo non avvenga, sarà dunque necessario approfondire la tematica delle misure di accompagnamento in funzione dei minori e dei maggiorenni in uscita, al fine di poter utilmente essere di ausilio per la creazione di normative che siano in grado di consentire al soggetto una formazione completa ed un’attività inclusiva rispetto al mondo del lavoro.

In tal modo si determinerebbe un’utile e concreta applicazione dei principi costituzionali connessi alla libertà di iniziativa economica in uno con il diritto all’istruzione ed alla formazione professionalizzante; tutto ciò costituirebbe il concreto superamento dell’ostacolo e la piena attuazione del principio di uguaglianza sostanziale, per come contenuto nel disposto di cui all’art. 3, comma 2, della Costituzione.

Concludo con una frase dello scrittore Saul Alinsky: Cambiamento significa movimento. Movimento significa frizione. Il movimento o il cambiamento senza frizioni o conflitti appartiene solamente al vuoto rappresentato da un mondo astratto che non esiste”.

 

 Veronica Rita Miarelli

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BITAC 2020: Il video del convegno!

 

Nasce a Cascia il primo Distretto di Turismo Lento e Responsabile

Il convegno on-line della BITAC Borsa Italiana del Turismo Cooperativo e Associativo

Il 26/11/2020, durante una diretta che ha visto una grande partecipazione di pubblico fra utenti ed operatori del settore turistico cooperativo italiano, i relatori hanno descritto le finalità e le fasi di sviluppo di un progetto elaborato e portato avanti insieme a cittadini ed operatori economici e turistici, al fine di creare nuove modalità di promozione e narrazione del territorio casciano.

Sono intervenuti: Silvia Quaranta, Presidente Coop. Partes, Coordinamento Rockability; Alberto Renzi, Progettista di itinerari culturali e percorsi outdoor; Andrea Trevisi, Esperto di Turismo Educativo; Claudia Mannelli, Ristorante La Porrina di Roccaporena; Anna Donati, Coord. Rete AMoDo – Alleanza Mobilità Dolce; Mario De Carolis, Sindaco di Cascia. Ha moderato l’incontro Maurizio Davolio, Presidente A.I.T.R. – Associazione Italiana Turismo Responsabile.

 

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Dal Diario di Giannermete, una storia di cura

 

IL DIARIO DI GIANNERMETE

Dopo la prima pagina pubblicata qualche settimana fa sul nostro blog, torniamo a sfogliare il Diario di Giannermete Romani, per leggere ancora una storia di cura.

Promuovere il movimento dei corpi attraverso gli spazi di vita quotidiana per muovere pensieri e emozioni, promuovendo salute fisica, psichica ed emotiva per tutti, includendo le persone fragili, pensando a figure di giovani in percorsi di consapevolezza (giustizia minorile, fragilità sociali etc.) che in veste volontaria possono accompagnare, specchiandosi nella fragilità dell’altro, altri soggetti fragili (es. anziani) a vivere l’esperienza, preparati attraverso opportune azioni educative. Accogliere tutti promuovendo l’incontro sui concetti di ‘abitante’ e ‘cittadino’, con uno sguardo alla funzione educativa dei luoghi, alle proprietà comunicative delle forme e degli spazi di vita. Cercando di far luce sul disagio sociale e sul deterioramento urbanistico e ambientale che crea un circolo in cui è difficile distinguere cause e effetti. Posando lo sguardo sui piccoli fenomeni, sulle ferite, su cicatrici e intoppi ma anche sui germogli e sugli slanci virtuosi per poi passare alla cura dell’ambiente urbano, alla progettazione dello spazio da abitare. Coinvolgendo i cittadini che incontreremo nell’immaginare processi di trasformazione e miglioramento. Partendo sempre da chi è portatore di conoscenze concrete e sensibili legate a un luogo (gli anziani, gli artigiani, i portatori di interessi vari) e alle sue specificità, ascoltando soprattutto i bisogni di chi è più a rischio perché è partendo da un tale punto di vista, quello dei diritti, che la comunità genera benessere e miglioramento della qualità della vita di tutti. Camminare tutti insieme per fare educazione attraverso l’ambiente, animati dall’idea che si fa sostanza che la cura delle persone passa attraverso la cura delle cose e del territorio. Camminare insieme per abbracciare tutto questo, interiorizzarlo, dargli forma e sostanza. Particolare attenzione vorremmo porre su come il territorio consuma, come si consuma il territorio, come si consuma nel territorio tutto ciò che l’attraversa: i beni e le vite. Al centro vorremmo mettere il cibo e le sue storie, i fatti e le metafore del nutrirsi. Le storie, come i cibi di cui ci nutriamo – dal latte materno, alle pappe, alle ricette gustose e sopraffine che ci accompagnano lungo la nostra vita – hanno sapori diversi: il dolce, il salato, l’acido, l’amaro. Sapori che si legano alle diverse vicende umane dei tanti popoli che abitano la terra, che sono stratificazioni culturali, geografiche, familiari, emotive. Il sapore del cibo è sempre condizionato da un valore e da una visione del mondo, l’essere umano non si nutre solo di cibo materiale ma si nutre anzitutto del significato che ogni cibo assume, delle storie e delle narrazioni che intorno a esso crescono. Il cibo ha valore identitario, condiziona le nostre vite, l’uomo in qualche misura è ciò che mangia, attraverso il cibo e i rituali ad esso connessi, si definisce il piacere di vivere, l’esistenza si ‘gusta’, la vita si ‘assapora’. In tutte le culture ci si incontra intorno alla tavola, il pranzo comune diventa un rito che affratella, mangiando ci si conosce, ci si racconta, si scopre ciò che ci accomuna e ciò che ci rende diversi l’uno dall’altro. Davanti alla tavola, intorno ad essa, nello spazio che comprende il fuoco, che serve a cuocere e a scaldare, a fare casa, intimità, spazio protetto, si narrano le storie, si tramandano parole, miti, filastrocche, proverbi, modi di dire, poesie. Un viaggio attraverso le storie, i cibi mangiati e narrati, le stagioni della semina, della cura, del raccolto e della trasformazione, i significati intorno ad essi stratificati. Per riflettere su quanto siano emotivamente prossime e preziose le storie dell’umanità che si nutre di cibo che rende più forte il corpo, scalda il cuore, fa volare la fantasia. Un viaggio vero e proprio a incontrare le persone e a farsi raccontare cosa si mangia, come, dove e con chi. Come si può redistribuire il cibo, non sprecare, valorizzare, garantendolo a tutte e tutti. Vorremmo innescare, con queste azioni, un processo del prendersi cura dello spazio vivendolo e riconoscendolo come proprio, come oggetto che diventa il soggetto del proprio intervento, in un paesaggio umano, urbano e naturale, dove si può star bene e comunicare. Dove si può essere pienamente se stessi, inclusivi e liberi da catene, falsi miti, stereotipi e dipendenze.

Giannermete Romani